Ironia e umanità si incontrano nella celebre poesia di Antonio de Curtis, che mette a nudo la vanità delle distinzioni sociali.
Ci sono opere capaci di far sorridere e, subito dopo, di lasciare una domanda scomoda. “’A livella” di Totò è una di queste: dietro un dialogo surreale ambientato in un cimitero si nasconde una riflessione sull’uguaglianza e sul valore delle persone.
La vicenda si svolge il 2 novembre. Un visitatore rimasto nel camposanto assiste all’incontro tra due defunti sepolti l’uno accanto all’altro: un marchese e un netturbino. Il primo, ancora prigioniero dell’orgoglio aristocratico, protesta contro quella vicinanza. Continua a ragionare secondo le gerarchie del mondo dei vivi, come se il titolo nobiliare potesse garantirgli un privilegio anche dopo la morte.
Il netturbino risponde riportandolo alla realtà: nel cimitero le differenze di rango hanno perso ogni significato.
È qui che acquista forza l’immagine della livella, lo strumento usato per verificare che una superficie sia in piano. Nella poesia diventa il simbolo della morte, che pone tutti sullo stesso piano, rendendo inutili ricchezze, titoli e pretese di superiorità.
Il sorriso che smaschera l’orgoglio
Totò costruisce il contrasto attraverso il linguaggio: alla solennità e alle rivendicazioni del marchese si oppone la concretezza del netturbino. Il dialetto napoletano dà al dialogo immediatezza, ritmo e una forza espressiva che ne rende comprensibile il messaggio a tutti.
La dignità, suggerisce la poesia, non dipende né dal mestiere né dalla posizione sociale. Il bersaglio è la presunzione di chi considera gli altri inferiori e pretende che il rispetto sia un privilegio riservato a pochi.
Una riflessione per ogni giorno
Letta durante la commemorazione dei defunti, “’A livella” assume una particolare intensità. Ma la sua lezione riguarda soprattutto il modo in cui viviamo: le distanze che creiamo, le apparenze a cui ci aggrappiamo, il giudizio che esprimiamo sugli altri.
La fragilità comune dovrebbe insegnarci a riconoscere prima ciò che ci unisce. Non occorre aspettare la morte per trattarsi da uguali: possiamo farlo ogni giorno, ascoltando senza pregiudizi e rispettando chi svolge qualsiasi lavoro onesto.
È questa la grandezza della poesia di Totò: usare il sorriso per portarci di fronte a una verità che spesso preferiamo ignorare. E lasciare ai vivi il compito di trasformarla in un comportamento.
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